Cosa è successo davvero (e perché conta).

Il Brussels Motor Show 2026 non è stato il solito salone “di riempimento” di inizio anno. Anzi, per certi versi è diventato il primo vero appuntamento europeo del 2026, quello dove le Case hanno deciso di farsi vedere sul serio, con modelli nuovi, concept e – soprattutto – messaggi chiari sul futuro.
Dopo anni di saloni svuotati o ridimensionati, Bruxelles ha dimostrato che un salone può ancora avere senso, se riesce a unire novità concrete e prodotti che arriveranno davvero sulle strade.
Un salone molto più “reale” del previsto
La prima cosa che colpisce è l’approccio: qui non si è puntato solo su concept irraggiungibili o esercizi di stile, ma su auto che il pubblico potrà comprare nei prossimi mesi.
Non è un dettaglio, perché il clima del mercato europeo non è dei più semplici, e le Case oggi devono parlare soprattutto a chi l’auto la usa tutti i giorni.
Bruxelles 2026 è stato, in questo senso, un salone pragmatico: elettrico sì, ma senza dimenticare ibrido, diesel evoluto e veicoli da lavoro.
Stellantis: tanta presenza e messaggi chiari
Uno degli stand più affollati è stato quello di Stellantis, che ha scelto Bruxelles per mostrare quanto il gruppo voglia coprire tutti i segmenti possibili.
Qui non si parla solo di elettrico, ma di una gamma molto ampia: citycar, crossover, veicoli familiari e mezzi per il lavoro urbano. Il segnale è chiaro: la transizione non sarà uguale per tutti e Stellantis vuole essere presente in ogni fase, dal last-mile elettrico fino alle auto tradizionali ancora richieste dal mercato.
È una strategia meno ideologica e più industriale, che a Bruxelles è emersa in modo piuttosto netto.





Hyundai e il doppio binario: elettrico emozionale e idrogeno
Tra i marchi più interessanti del salone c’è sicuramente Hyundai, che continua a muoversi su due binari paralleli.
Da una parte c’è l’elettrico “emozionale”, con modelli sportivi e di immagine che servono a dimostrare che l’auto a batteria non deve per forza essere noiosa. Dall’altra c’è l’idrogeno, con una nuova generazione di veicoli fuel cell che punta su autonomia elevata e tempi di rifornimento rapidissimi.
È una scelta controcorrente rispetto a molti concorrenti, ma è coerente con la visione del marchio: non scommettere tutto su una sola tecnologia.

Toyota e il messaggio agli automobilisti “normali”
A Bruxelles ha fatto parlare molto anche Toyota, soprattutto per il modo in cui affronta l’elettrificazione.
Il messaggio è semplice: non tutti sono pronti per l’elettrico puro, soprattutto in certi segmenti. Ecco perché Toyota continua a proporre ibridi evoluti, ma allo stesso tempo sperimenta soluzioni completamente elettriche anche su veicoli tradizionalmente lontani da questo mondo, come i pick-up (Il nuovo Hilux fa il suo debutto europeo proprio qui al Salone dell’Automobile di Bruxelles).
È una strategia prudente, forse meno “spettacolare”, ma estremamente concreta.

Tesla: meno show, più efficienza
La presenza di Tesla non è stata quella di un tempo, ma il messaggio è comunque arrivato forte e chiaro: efficienza e accessibilità.
Niente effetti speciali, ma un focus su consumi, autonomia e posizionamento di prezzo. È il segno di un marchio che oggi si comporta sempre più come un costruttore “maturo”, concentrato sul volume e meno sull’effetto wow.
Non solo elettrico: il salone della transizione vera
Uno degli aspetti più interessanti del Salone di Bruxelles 2026 è che non ha raccontato una transizione ideologica, ma una transizione reale.
Elettrico, ibrido, mild hybrid, fuel cell: tutto convive nello stesso spazio, senza forzature.
Questo rende il salone particolarmente leggibile anche per il pubblico comune, che spesso si sente confuso da messaggi troppo estremi o contraddittori.
Perché Bruxelles 2026 è stato importante
Il Salone di Bruxelles 2026 non verrà ricordato per una singola auto rivoluzionaria, ma per il quadro complessivo che ha restituito: un’industria in trasformazione, meno ideologica e più concreta, che prova a tenere insieme sostenibilità, mercato e bisogni reali degli automobilisti.
Ed è forse proprio questo il suo merito più grande: aver riportato il salone dell’auto a essere uno strumento utile per capire dove sta andando il settore, non solo una vetrina di promesse.










