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Crisi elettrica Stellantis: pochi ordini, fabbriche ferme e il conto salato del cambio di rotta

Negli ultimi giorni il nome Stellantis è finito al centro delle cronache finanziarie e industriali: titolo crollato in Borsa, maxi-svalutazioni sui conti, allarme per gli stabilimenti italiani, dove tra cassa integrazione e fermate produttive si lavora a singhiozzo. Sullo sfondo c’è sempre lo stesso nodo: una transizione all’auto elettrica più complicata del previsto, con poche auto vendute e molti dubbi sulle scelte fatte negli ultimi anni.

E la domanda è sempre la stessa: ma questa transizione all’elettrico… l’abbiamo gestita bene oppure no?

Fonte: Stellantis.com

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine, senza fare i tifosi né dell’elettrico né del termico.

Cosa è successo negli ultimi giorni: il “conto” della corsa all’elettrico

A inizio febbraio 2026 Stellantis ha fatto quello che in gergo si chiama un vero e proprio reset. Un colpo di spugna pesante:

  • oltre 22 miliardi di euro di svalutazioni straordinarie sui conti 2025
  • una perdita stimata tra i 19 e i 21 miliardi nel solo 2025
  • stop al dividendo nel 2026

Tradotto: il gruppo ha ammesso che alcune scelte fatte negli anni scorsi sull’elettrico erano troppo ottimistiche.

Il nuovo amministratore delegato, Antonio Filosa, arrivato dopo l’era di Carlos Tavares, ha parlato chiaramente di sovrastima della velocità della transizione. In pratica: abbiamo pensato che il mercato sarebbe andato verso l’elettrico molto più in fretta.

La Borsa ovviamente non perdona: titolo giù in modo pesante in pochi giorni.

Il problema vero: il mercato non corre come previsto

Qui bisogna essere onesti. L’Europa non è più il mercato da 16 milioni di auto l’anno. Siamo stabilmente più in basso rispetto al 2019. Si vendono meno auto in generale.

E l’elettrico, pur crescendo come quota, non ha compensato il calo del termico.

Perché?

  • Prezzi ancora alti.
  • Incentivi che vanno e vengono.
  • Infrastruttura percepita come insufficiente.
  • Concorrenza cinese sempre più aggressiva.

Marchi come BYD stanno arrivando con prodotti competitivi e margini più bassi. E questo in Europa fa male.

Il risultato? Transizione più lenta del previsto e fabbriche tarate su volumi che non si sono concretizzati.

Stellantis ha corso troppo… o troppo poco?

Oltre ai problemi generali del mercato, vari analisti sottolineano errori specifici di Stellantis.

Due letture, in apparenza opposte ma in realtà complementari, stanno emergendo:

1️⃣ Abbiamo corso troppo

Secondo la nuova dirigenza, il gruppo ha investito pensando a un 2030 quasi tutto elettrico. Piattaforme dedicate, capacità produttiva, filiere. Peccato che la domanda reale sia stata più prudente.

Quando i volumi non arrivano, quelle linee diventano costi fissi pesanti.

2️⃣ Oppure: non abbiamo creduto fino in fondo

Altri osservatori parlano di “transizione sospesa”. Troppa prudenza negli anni passati, troppo focus sui margini del termico, gamma elettrica non abbastanza ampia e accessibile.

Il risultato è un modello di transizione che non è stato né davvero graduale (con un mix ben bilanciato di tecnologie), né decisamente orientato verso l’elettrico. E oggi Stellantis paga il conto di questa indecisione.

La verità? Probabilmente sta nel mezzo.

Italia: la parte più delicata

Qui il discorso diventa concreto. Per i lettori italiani, la parte più tangibile di questa crisi sono gli stabilimenti del nostro Paese, spesso al centro di notizie poco rassicuranti.

Mirafiori e la 500 elettrica

Fonte: Stellantis.com

Lo stabilimento simbolo è Mirafiori, dove nasce la Fiat 500e.

La 500 elettrica non è un flop totale, attenzione. È anzi uno dei modelli più venduti nel suo segmento. Ma non basta a saturare l’impianto.

Stop produttivi, settimane ferme, cassa integrazione. E quando uno stabilimento non lavora a pieno regime, il problema non è solo industriale: è sociale.

E non c’è solo Torino. Atessa, Melfi, Pomigliano, Termoli: un sistema che negli ultimi anni ha perso volumi e personale.

Le contromisure di Stellantis: il “reset” e il nuovo corso

Di fronte a questo quadro, il nuovo management sta cercando di impostare una rotta diversa. Le contromisure principali, emerse finora, sono tre.

1️⃣ Ripulire i conti

Le svalutazioni servono a dire: ok, questo è il punto zero. Da qui ripartiamo con una strategia più realistica.

Fa male, ma almeno si azzera l’ambiguità.

2️⃣ Più pragmatismo sull’elettrico

Non significa abbandonarlo. Significa affiancarlo meglio.

Più ibrido dove il cliente non è pronto.
Elettriche più accessibili nei segmenti giusti.
Meno ideologia, più concretezza.

3️⃣ Ribilanciare la produzione italiana

A Mirafiori, oltre al rilancio della 500e, è prevista anche una nuova 500 ibrida. Una scelta che va letta in chiave molto chiara: riportare volumi dove oggi l’elettrico da solo non basta.

E poi c’è il progetto di polo tecnologico su batterie, economia circolare e cambi elettrificati. Segnale importante, ma serviranno volumi veri.

Perché questa crisi riguarda anche chi compra un’auto

Per un automobilista comune tutto questo può sembrare lontano, ma in realtà ha conseguenze molto concrete:

  • Gamma che cambia in fretta.
  • Modelli annunciati e poi ridimensionati.
  • Valore dell’usato più incerto.
  • Strategie che oscillano tra elettrico, ibrido e ritorni al termico.

Quando l’industria non ha una direzione chiara, anche il cliente percepisce instabilità.

E l’automobilista medio oggi vuole una cosa sola: certezze.

Una lezione per tutta l’auto europea

Quello che sta succedendo a Stellantis non è un caso isolato. È il riflesso di un’industria europea che ha accelerato molto sull’elettrico sotto la spinta normativa, ma non sempre ha costruito allo stesso ritmo:

  • prezzi accessibili
  • infrastrutture adeguate
  • margini sostenibili

Ora il reset è fatto. La domanda è: sarà solo contabile o davvero strategico?

Il nuovo piano industriale sarà il momento della verità. Atteso per la primavera 2026, sarà decisivo per capire se Stellantis riuscirà davvero a trasformare questa crisi nella base di una nuova fase di crescita più sostenibile e, soprattutto, più credibile.

Io lo dico sempre: meno slogan, più prodotto giusto al prezzo giusto. È quello che decide il mercato, non le conferenze stampa.

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